Il fascio di splendore che, come quello di una cometa, si avanzava fulmineo dal fondo della strada, rivelò la bellezza colma di lei, il viso di tuberosa, gli occhi e i capelli d’oro: tutta una forma viva eppure fantastica, come quelle che dai palcoscenici esaltano le folle sognanti.

Ma già la macchina è lì: il suono della tromba è come il corno del cacciatore che raggiunge la preda: il signor Radamisto si ritrae nell’ombra, vede la donna sparire dentro l’automobile, e dal cristallo del finestrino, mentre il resto svanisce in una nuvola di nebbia e di polvere, scorge una rosa rossa salutarlo: forse con beffa, forse con pietà.

L’AMICO

L’amico aveva portato a casa un cane. Per quanto la tenesse forte al guinzaglio, la bestia irritata, ansante, rossa e tornita nei fianchi come un leone, mise subito la casa in subbuglio. Il primo a salvarsi fu il gattino di due mesi, allegro e felice come uno sposo: si rifugiò in una cameretta in fondo al corridoio, dove poco dopo lo raggiunse, chiudendo l’uscio a chiave, la donna che conviveva col nuovo padrone del cane. E ansava anche lei, con gli occhi neri brillanti nel viso grigio; poiché l’amico, alle sue proteste di non voler in casa la bestiaccia, le aveva dato uno spintone, dicendole che poteva andarsene via lei.

- A questo punto siamo arrivati. Ma davvero! Dopo che da tanti anni sono io il suo cane, la sua serva e il suo zimbello. Ma io te l’avveleno, quella belva, osto!

Sebbene mascherata, la bestemmia, in quella bocca appassita e ormai rassegnata, spaventò i santini e le madonnine, le palme benedette e i fiori di carta che, con lo sfondo verde umido della piccola finestra munita d’inferriata, davano alla cameretta un colore di oratorio campestre. Anche il gattino, spaurito, saltò in grembo alla donna, ed ella si consolò e si confidò con lui.

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- Glielo avveleno, vedrai; poi mi avveleno io. Così non può durare. Oh, oh, oh, oh…

Ella singhiozzava, sul gomitolo di seta nera del gattino, e il gattino, da par suo, ritornato contento e birbante, le graffiò il mento.

- Ah, mascalzone, va giù: tutti così, in questa casa, ingrati e traditori.

Ma il suo sdegno cadde subito, anzi si accese in gioia, poiché l’amico bussava all’uscio.

- Mina, ragazza, - diceva la sua voce di fagotto, - smettila con le tue scempiaggini. Ho fame.

Al sentirsi chiamare ragazza dall’uomo che aveva dieci anni meno di lei, Mina balzò agile, aprì e fu nuovamente sotto il completo dominio di lui.

Anche il cane s’era accucciato da padrone davanti al camino; anzi, nel veder la donna, si sollevò e ringhiò; ma ad un cenno dell’uomo tornò a mettersi giù, con la testa sulle zampe.

Piegata sul fuoco per finir di preparare la cena, Mina provava un senso di paura quasi angosciosa: le pareva di aver accanto davvero una belva maligna, dalla quale esalasse un ardore di pericolo più grande di quello del fuoco. Invano l’uomo, seduto davanti alla tavola già apparecchiata, tentava di rassicurarla.

- È il cane del mio collega, il fattore Brighenti, che me lo ha regalato perché lui ha preso un cane da caccia, che con questo qui, gelosi l’uno dell’altro, non smettevano di azzannarsi. Questo però è una brava bestia.

La donna non rispondeva; rispondeva però il cane, con un tremito ed un lieve ansare di gioia.

- Vedi, capisce che si parla di lui: è più intelligente e buono di certe creature battezzate.

- Egli parla di me - pensava la donna, ma non apriva bocca. Non sapeva perché, la presenza del cane le dava un senso d’incubo, quasi di terrore: quindi, le parole dell’uomo, mentre lei lo serviva a tavola, la turbarono maggiormente.

- Adesso gli darai da mangiare: così farete amicizia. Su, Leo.

Il cane volse la testa severa verso la donna e parve scrutarne le intenzioni; poi, ai richiami insistenti del padrone, si alzò e sbadigliò.