Era, il suo arrendersi, un modo umile e quasi tenero di dar ragione all’uomo che gli voleva bene: quella che non si arrendeva era la donna; anzi ella sentiva aumentare la sua pena ostile; poiché non era più paura, la sua, non dispetto, neppure odio, ma una passione più inumana e tormentosa: era gelosa del cane, come questo del suo compagno.
L’amico insisteva, versandosi da bere nel boccale di smalto giallo:
- Va là, scempia, dàgli da mangiare: non vedi che ha fame? Subito qui, Leo.
Al comando, la donna buttò un osso per terra: il cane lo annusò, ma non lo prese.
- Daglielo con la mano.
Ella obbedì: la bestia addentò l’osso, poi lo lasciò ricadere per terra.
- Eppure ha fame. Prendi, stupido.
Adesso, sì, il cane prende con slancio ed avida gioia tutto quello che l’uomo gli butta a volo.
- Vedi? Vedi? Da te, cretina, non prenderà mai niente, perché sei una ipocrita, falsa e maligna. Va via di qui - romba la voce di fagotto.
Ed ella si ritrasse smarrita, ricordando che infatti aveva stabilito di avvelenare il cane; ma non ebbe neppure la forza di ritirarsi ancora nella cameretta delle madonnine. Sentiva che una sola parola e un solo atto di dispetto avrebbero esasperato l’uomo fino alla violenza: si piegò quindi nell’angolo del camino, cercando di nascondersi: poiché le pareva che anche le cose intorno la respingessero e la ripudiassero. Il quadro dominante schiacciava la sua piccola figura, torbida fra la zona rossa del fuoco e il chiarore verde-viola della finestra, sul cui sfondo giganteggiava la sagoma dell’uomo massiccio e biondo, col cane fulvo ai piedi e il boccale d’oro in mano.
Il peggio fu quando egli se ne andò, senza salutarla, senza neppure raccomandarle la bestia: la quale d’altronde, avendo compreso che non aveva più nulla da temere, si accucciò sotto la tavola e rimise la testa sulle zampe.
Pareva dormisse: ad ogni buon fine, la donna sparecchiò e rimise tutto a posto camminando in punta di piedi: e si sentiva peggio che sola, in compagnia del cane; con un’acerba tristezza in cuore, per la luna cremisi d’autunno che 52
pendeva come un frutto misterioso tra il fogliame della finestra, per la lontana risata di una ragazza, che doveva essere in compagnia di un uomo.
- Oh, ridi pure, ragazza: verrà anche per te il giorno dell’abbandono, quando la tua vita sarà come un campo mietuto, senza una sola spiga lasciata dal tuo padrone.
Questo pensiero non bastava però a confortarla: anzi, ella chiuse con dispetto la finestra e tornò davanti al camino. Ed ecco, mentre stava piegata a coprire il fuoco, si sentì tirare la sottana: rabbrividì, credendo fosse il cane; poi si rallegrò infantilmente, accorgendosi che il gattino rassicurato dalla quiete della casa e dal silenzio di Leo, era tornato in cucina e riprendeva a trastullarsi.
- Ah, birba, sei qui? Ma non vedi chi c’è?
Sì, lo vedeva bene, chi c’era, il gattino spavaldo; ma non aveva paura.
Aumentata la sua allegria dalle penombre della sera, scappò di mano alla donna e saltò fino alla parete in fondo alla cucina; andando incontro alla sua ombra, con la quale si mise a scherzare.
Mina tremava per lui: come lui agile e silenziosa corse per riprenderlo, e non le riuscì: non solo, ma lo spensierato folletto parve schernirla, saltando sulla tavola, poi qua e là sulle sedie e infine di nuovo nel corridoio.
Ella fu ripresa da uno struggimento di gelosia: sentiva che il gatto, da lei salvato dal fosso e allevato come un bambino, sarebbe diventato più amico del cane che suo: e il cane ne avrebbe accettato l’amicizia.
Sedette di nuovo sulla pietra del camino, ed ebbe l’impressione che la cenere ammucchiatavi dentro fosse quella della sua vita: non una scintilla più doveva scaturirne. L’uomo al quale ella aveva dato tutto la scacciava; neppure le bestie le volevano più bene. D’altra parte, che fare? Non sapeva dove andare, non aveva un’anima amica: credeva ancora in Dio per non pensare ad uccidersi; anzi, al ricordo di chi tutto vede e tutto pesa, si piegò di nuovo rassegnata.
- Vuol dire che comincia anche per me il purgatorio: sia fatta la tua volontà, o Signore.
E le parve di voler bene anche al cane. Dopo tutto era una bestia necessaria in casa, adesso che il padrone stava fuori quasi tutta la notte, e lei, spesso, aveva paura dei ladri.
- Quando verrà l’inverno ci faremo buona compagnia. Allora si riavvicinerà anche quel mascalzone del gatto.
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