3.

Una notte - avevo nove anni - percepii nella casa un insolito movimento. Mio padre, che visitava a turno le sue mogli e di solito si fermava da noi circa una settimana al mese, era arrivato. Però la scadenza non era la solita, perché sarebbero mancati ancora alcuni giorni alla data prevista per il suo arrivo. Lo trovai nella capanna di mia madre, coricato sul pavimento, squassato da un interminabile accesso di tosse. Perfino ai miei occhi inesperti fu chiaro che mio padre non sarebbe stato più a lungo di questo mondo. Aveva qualche grave malattia polmonare, ma una diagnosi precisa non era mai stata fatta, perché si era sempre rifiutato di andare dal medico. Restò nella capanna vari giorni senza mai muoversi né parlare, poi una sera sembrò volgere al peggio. Lo assistevano mia madre e la più giovane delle mogli di mio padre, Nodayimani, che era venuta a stare con noi. Quella notte, sul tardi, mio padre chiamò Nodayimani e le disse: «Portami il tabacco». Mia madre e Nodayimani si consultarono e conclusero che non era saggio che fumasse in quelle condizioni. Ma egli pregò insistentemente finché Nodayimani riempì la pipa, la accese e gliela portò. Fumando, si calmò.

Continuò a fumare per circa un’ora e infine, la pipa ancora accesa, morì.

Non ricordo tanto il dolore di quella perdita, quanto la sensazione di sentirmi perso. Benché mia madre fosse il perno della mia esistenza, lui era per me un modello. La sua morte mi cambiò completamente la vita. Dopo un breve periodo di lutto, mia madre mi informò che avrei lasciato Qunu. Non le chiesi perché, né per andare dove.

Imballai le poche cose che possedevo e una mattina presto partimmo verso est diretti alla mia nuova residenza. Ero più triste per il mondo che lasciavo di quanto non lo fossi per mio padre. Qunu era tutto ciò che conoscevo, e l’amavo dell’amore incondizionato che i bambini provano per la prima casa dove hanno vissuto. Prima che scomparisse dietro le colline, mi voltai per dare un’ultima occhiata al mio villaggio: vedevo le semplici capanne e la gente che andava e veniva affaccendata; i ruscelli in cui sguazzavo e giocavo con gli amici; i campi di granturco e le verdi praterie dove le mandrie e le greggi brucavano pigramente.

Immaginavo gli amici che in quel momento andavano a caccia di uccellini, bevevano il latte dalle mammelle della mucca, saltavano nello stagno che si apriva alla fine del ruscello. Più che su ogni altra cosa i miei occhi indugiavano sulle tre semplici capanne dove avevo goduto dell’amore e della protezione di mia madre: a quelle capanne associavo tutta la mia felicità, la vita stessa, e rimpiangevo di non averle baciate prima di partire. Non riuscivo a immaginare che il futuro verso cui andavo potesse in alcun modo essere paragonato con il passato che lasciavo.

Viaggiammo a piedi e in silenzio finché il sole cominciò lentamente a scendere sull’orizzonte. Ma il silenzio amoroso tra una madre e un figlio non è una dimensione solitaria. Non parlavamo mai molto, non ne avevamo bisogno. Non ho mai dubitato che mi amasse e che mi avrebbe sempre aiutato.